LA RAGAZZA DELLA PALESTRA

La storia prende spunto da un fatto reale, in realtà è una storia inventata.

E’ più bella la realtà o la fantasia? In fondo sognare un po’ a volte non costa nulla.

Com’è triste quando gli slanci decadono rapidamente e tutto si dissolve giungendo al nulla, si ritorna nell’indistinto ed è monotono brusio.

Proverò a dare a questo slancio iniziale un seguito, che si trasformi in un sogno.

Anche se poi il sogno è destinato a svanire col risveglio, almeno qualcosa c’è stato e rimarrà come un bel ricordo o un incubo. Ma si potrebbe anche risognare nuovamente tutto, un sogno diverso dal precedente, che magari ripercorra la strada di un mito dell’immaginario collettivo.

Però sinceramente un finale al racconto non saprei proprio scriverlo.

Il finale lo lascio a voi, finite la storia come più vi piace, in modo triste o felice, incredibile od ordinario, spaventoso o piacevole.

Amore o morte.

Altrimenti il finale rimarrà nel silenzio, sospeso, incompiuto e la storia resterà aperta, incapace di trasmettere qualcosa.

Forse solo il dolore.


 

E’ la storia di due persone che si sono incontrate per caso, ma non si sono mai conosciute.

Due piccoli mondi che si sono sfiorati appena, lasciando timidamente cadere gli sguardi uno sull’altro, nulla di più.

Eppure avrebbero avuto molto da dirsi se solo si fossero parlati.

Si vedevano tanto diversi uno dall’altro, diversi anche nei piccoli mondi che ruotavano intorno ai loro rispettivi piccoli mondi.

Una cosa che succede a tante persone, anche tutti i giorni, è normale guardarsi e continuare a fare la propria vita, intenti a soddisfare bisogni e portare a termine compiti. Così normale che non si è più in grado di instaurare una comunicazione personale, reale e profonda.

Frequentavano la stessa palestra.

Si guardavano e pensavano entrambi che uno non si accorgesse dello sguardo dell’altro.

Guardavano in modalità incognita, protetta, senza dire nulla.

Ma continuavano a farlo, sempre in quella palestra, si trovavano solo lì.

Avevano entrambi paura di esporsi, anche un poco di più.

In fondo si desideravano.

Ma era un desiderio diverso, mai provato prima, non avevano mai provato qualcosa di simile per una persona così diversa da loro e di quel sesso.

Sentivano di essere sull’orlo di un burrone, a caderci dentro si sarebbero fatti molto male.

Questo pensavano.

Ma il terrore faceva aumentare il desiderio.

Il cervello era bersagliato dai pensieri, dai “se” e dai “ma”.

Un tormento.

Si sarebbero buttati uno nelle braccia dell’altra senza conoscersi?

Senza mai essersi parlati?

Solo guardandosi?

E pensavano sempre che l’altro non sapesse nulla del loro delirio.

“Non sa nulla perché non gliel’ho detto”, si diceva lui, “Ma come farò a dirglielo?” si ripeteva.

“Ho amato solo uomini fino ad adesso”.

E lei sentiva gli sguardi di lui addosso, sulla sua pelle, li sentiva anche quando non c’era e non poteva fare a meno di toccarsi, dicendo a sé stessa “Ma com’è possibile? Ho amato solo donne finora”.

E la storia continuava.

Uno per l’altra erano come due pareti dritte senz’appigli per scalare.

Nulla proprio nulla.

Ci voleva un coraggio enorme per tentare l’impresa.

Lui la guardava e vedeva in lei una forza androgina, vedeva un femminile che volgeva al maschile, impercettibilmente, una specie di efebo greco da cui farsi dominare, succube della sua bellezza.

Di fronte a lei si sentiva piccolo piccolo, quasi un bambino, ma l’avrebbe posseduta.

Lei lo guardava e godeva dei suoi lineamenti dolci, quasi femminili in un viso teneramente maschile, con degli occhi blu intensi in cui si perdeva quasi senza accorgersene tanto era il piacere e l’amore che ci vedeva dentro.

Amore ideale, comprensione ed accettazione totale.

Poi d’improvviso si scuoteva dicendosi “ Ma che faccio, non lo devo guardare negli occhi”, con rabbia, “So io cosa farei agli uomini, non quello che vorrebbero loro” e, sentendosi di nuovo aggressiva e sicura di sé, sfoggiava un riso di sprezzante superiorità.

 

Intanto il tempo passava, il tempo a cui si affida ben volentieri il compito di cambiare le cose senza cambiare noi stessi, confidando nel fatto che col tempo qualcosa di nuovo succederà.

Ma non succedeva nulla, proprio nulla, se non il continuare a guardarsi.

Lui era l’ultimo di tanti bambini, tutti maschi.

La madre avrebbe tanto desiderato una femmina, invece era nato lui.

Come un piccolo brutto anatroccolo, era cresciuto all’ombra degli altri fratelli, seguendo le loro orme.

Guardava le bambine, avrebbe voluto essere una di loro.

Era nato bambino e avrebbe dovuto essere maschio per il resto della sua vita.

Anche se sentiva dentro di lui l’ingiustizia, si era rassegnato ed era diventato uomo, un bell’uomo.

Ora che vedeva lei, la ragazza della palestra, i desideri del bambino erano riaffiorati sconvolgendolo.

Oddio come avrebbero reagito la società e la famiglia se fosse diventato donna per coronare un sogno d’amore?

Follia, pura follia, forse meglio la morte!

Lei si era sempre sentita un maschio, ma in fondo donna in lotta con gli uomini.

Si sentiva superiore a tutti gli altri uomini, li avrebbe evirati tutti come una medusa impazzita.

Anche lei aveva il suo piccolo lui di guardia all’entrata, in mezzo alle sue gambe.

Molto piccolo, ma straordinariamnete più erogeno e sensibile del membro virile.

Era lì tutta la sua forza, il suo principio maschile.

Con il suo piccolo lui sfidava e disprezzava tutto il mondo maschile, poteva fare a meno dell’uomo.

Questa era la sua rivincita.

 

Ad un certo punto i loro destini presero altre strade e non si videro più, non si vollero vedere più.

Continuarono a pensarsi ancora per un po’, poi sempre meno, poi quasi più nulla.

Quasi si dimenticarono uno dell’altra.

Ma ogni tanto succedeva che provavano un dolore acuto ed inspiegabile, un’emozione violenta, un rimpianto incolmabile ed infine un vuoto che lasciava sfiniti.

Passarono gli anni.

Un giorno si incontrarono, anche questa volta per caso, seduti a tavoli diversi.

Anche se mascherarono entrambi l’indifferenza, fu una situazione penosissima.

Non si parlarono nemmeno quel giorno.

Ma cosa sarebbe successo se solo si fossero parlati almeno una volta?

E cosa sarebbe successo se avessero vinto la vergogna e avessero passato un po’ di tempo insieme?

E così a domandarsi…

Cosa sarebbe veramente successo se quegli slanci iniziali non fossero rimasti pietrificati in tutte quelle emozioni negative che bloccano l’azione?

 

Il finale non lo sapremo mai, perché forse è una storia ancora tutta da raccontare, perché forse lui incontrerà ancora un’altra “ragazza della palestra” e lei un altro “bel moro con gli occhi blu”.

 

Io che scrivo mi sono lasciato un poco intenerire e coinvolgere da questo racconto, ma questa è tutta un’altra storia!!!!!!!!

Ci proverò

Ci proverò….e ad un certo punto arriva il delirio come un vento impetuoso a scardinare il tuo guscio, a farti uscire dalla gabbia che ti sei costruito con l’aiuto e il supporto morale di tutti gli esseri infelici che io chiamo uomini.
Facciamo finta di essere quello che non siamo, intanto nel fondo sentiamo un flebile lamento che cresce cresce fino a diventare un urlo non più umano, il delirio!
Guardiamo tutto da lontano come se non ci appartenesse più nulla, prima ci sono le cose importanti che, ascoltandoci bene, sono solo convenzioni che non ci servono per vivere veramente.
La maschera diventa più importante di chi la indossa.
Siamo disuniti nell’unione globale e in fondo profondamente disuniti a noi stessi, finché non arriva il delirio.
E non riesco a essere più muto fermo seduto vestito composto educato
Ci proverò….. a perdermi nel delirio
https://www.reverbnation.com/marburgoflordputridus/song/27062604-ars-moriendi

La montagna

La vedi da lontano e ti sembra un’impresa arrivare fino in cima.
Mano a mano che ti avvicini cominci a vedere i sentieri che conducono in cima, quelli vecchi più semplici e battuti e gli infiniti nuovi che puoi scegliere di percorrere.
Se credi nelle tue forze e se non ti senti inadeguato, puoi salire e arrivare fino in cima per fonderti nell’infinito.
Certe persone sono come le montagne, le credi irraggiungibili nella loro grandezza, guardano tutto dall’alto, ma in fondo sono molto sole.
Non aspettano altro che qualcuno si arrischi a scalare la loro vetta.
Ma se cominci ad avvicinarti ……

Sono lo specchio delle tue paure

Cercavi e ci siamo guardati negli occhi.
Il tuo racconto era una storia di desiderio e paura.
Mentre parlavi la paura si allontanava lasciando esprimere il tuo profondo.
Poi nel tempo però la paura è diventata la mia faccia e la mia voce.
Ora fuggi me, che sono la tua paura.
Il problema non è più dentro di te, è fuori e sono io, pressante come lo erano i tuoi desideri.
Mi hai gettato nel tuo baratro e sei rimasto a guardare come se nulla ti appartenesse.
Non ti sei accorto che io sono lo specchio delle tue paure e dei tuoi desideri non realizzati.
Anche questa volta ti sei salvato e ti starai chiedendo cosa mai volevo da te.
Avanti il prossimo!

Il piede e la scarpa

La scarpa è un contenitore per il piede.
Ha tante forme colori materiali, ma non si adatta al piede, è il piede che si adatta a lei, non esiste nessuna scarpa anatomica, ogni piede ha la sua forma, la sua esigenza di spazio e di aria, di contatto con il mondo tutto.
E invece no, questo contatto è negato, Lui è imprigionato in una forma a cui si deve adattare, la base su cui poggia il nostro essere fisico e non solo assume la forma della scarpa, non quella che gli è propria, per sua natura.
Deve seguire una vocazione che non gli appartiene intrinsecamente, ma bensì adeguarsi alla forma che gli viene imposta, magari soffre, però serve soffrire per cambiare, per cambiare forse in una natura diversa che non gli appartiene, modulata da qualche potenza superiore che non comprende, la moda, la pulizia, la comodità, la salute, ecc ecc.
Ma non è più veramente libero per tutta la vita. E ma no direte voi, con le scarpe si va dappertutto su qualsiasi terreno con sicurezza.
La forma in cui stiamo ci dà protezione e sicurezza nel proseguire, non essere in una forma imposta, forse vuol dire essere se stessi e ciò fa paura perché non si è abituati, si sente tutta la debolezza, non siamo più abituati ad attingere a forze naturali che sono fuori e dentro di noi, ma a farci trascinare da forze artificiali, create per possederci fin nell’intimo e non ce ne accorgiamo.
Senza la forma siamo smarriti, abbiamo smarrito la nostra ancestrale guida interna, il contatto con la terra e i mille spiriti della natura.
E tutto per un paio di scarpe?
Ma sei sicuro?

L’arte dello stare scalzi

Dopo un’estate passata a folleggiare scalzo per prati, sentieri, strade, locali pubblici e privati, incurante degli sguardi un po stupiti, un po di ammirazione, un po schifati del mio sudicio contatto con la terra, è arrivato l’autunno.
La pioggia cade dolce, è una doccia che purifica, l’aria, la terra e pure il mio spirito ribelle, mi piace sentirla fresca, il gran caldo è ormai andato, Italia non più paese tropicale.
Metto una calzatura per andare fuori casa, l’arte dello stare scalzo però è diventato nell’immaginario collettivo un obbligo morale, un dogma da seguire ciecamente.
Ecco che si grida nuovamente allo scandalo, prima perché il piede era nudo e nero, ora perché ho tradito la fede e sono con le scarpe come gli altri.
Eh no non puoi…hai voluto un ruolo, ora ci devi morire e noi siamo i tuoi carnefici, hai voluto allontanarti dalle regole sociali, ora devi seguire le tue regole e non sgarrare.
Solo così ti accettiamo, solo se sei uniformato, o bianco o nero.
Ma io voglio essere libero.
Non puoi, noi non lo siamo e non permettiamo che altri lo siano, liberi nell’espressione.
La nostra opinione è la tua condanna alla prigione così come siamo noi.
E poi cosa ci dici della coerenza, e poi c’è gente che sta scalza con venti gradi sotto zero.
Pensavamo, forse, che eri un grande, o perlomeno un grande sudicio pazzo, invece non vali proprio niente.
Ma per me l’arte dello stare scalzo è come l’arte di vivere, ci si adatta agli umori, alle stagioni, ai cambiamenti, quando ci si sente deboli ci si protegge, quando ci si sente forti si sfida se stessi e il mondo.
Ma spezzate le vostre catene mentali, accettate ci si possa esprimere in modo personale, in fondo io non vi guardo i piedi e non vi impongo nulla.
Ma domani sarà la terra a dirmi se mi vuole a contatto diretto donadomi calore o se sarà fredda con me tanto da farmi coprire, non certo voi!